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Il nuovo round negoziale di Astana di questi giorni si è chiuso con l’intesa per un memorandum d’intenti: si creeranno quattro zone sicure senza combattimenti in Siria, come ulteriore sforzo per portare a un deconflicting e (potenzialmente) avviare la strada verso la riedificazione del paese che da sei anni è martoriato dalla guerra civile.

Sarebbe una buona notizia se non fosse parziale (il New York Times la definisce la “più ambiziosa tra le proposte recenti”), perché né il governo siriano, né le opposizioni hanno firmato l’accordo, che è stato invece varato da Turchia, Russia e Iran, la troika che da inizio anno ha avviato la strada kazaka come via alternativa all’Onu per risolvere lo stallo del conflitto siriano. Parti dell’opposizione, la cui delegazione aveva già lasciato il tavolo mercoledì in protesta per i bombardamenti in atto in questi giorni, hanno attaccato la presenza tra i firmatari dell’Iran, che è come la Russia un paese sponsor di Damasco – la Turchia lo è dei ribelli – ma che a differenza di Mosca viene visto come eccessivamente coinvolto con le dinamiche socio-religiose, settarie della guerra. Nei giorni scorsi il generale Mohammad Pakpour, capo delle forze iraniane in campo in Siria, aveva detto che Teheran avrebbe continuato (e forse rinforzato) il suo sostegno al regime, che rappresentata l’ossatura principale della componente terrestre che combatte per Bashar el Assad; l’Iran infatti non solo ha inviato i reparti, speciali e regolari, come consiglieri militari all’esercito siriano, ma ha anche messo in piedi una mobilitazione culturale spostando a combattere a fianco del regime di Damasco, alawita dunque sciita, varie milizie religiose da Libano (gli Hezbollah), Iraq e Afghanistan.

La soluzione di creare le quattro aeree di de-escalation (che sono: provincia di Idlib; East Ghouta; area a sud vicino al Golan, zona di Homs, più una piccola zona lungo il confine giordano dove gli americani addestrano ribelli anti-IS) era già stata anticipata dai grandi media internazionali, che avevano avuto modo di vedere in anticipo la bozza del memorandum. Inoltre era già circolata attraverso un gioco diplomatico russo: se ne era parlato dopo l’convegno a Sochi tra il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo turco Recep Tayyp Erdogan, e dopo quello separato con la Cancelleria Angela Merkel. Il piano di creare le safe-zone (un tempo sostenuto, certamente in modo più stringente, da parte dell’amministrazione Obama e ricalcato in campagna elettorale dalla democratica Hillary Clinton), trova l’appoggio anche dall’amministrazione statunitense, che ha inviato ad Astana Stuart Jones, un assistente del segretario di Stato con delega la Medio Oriente; si tratta del più importante funzionario ad aver preso parte a questo genere di talks nell’era Trump. Mercoledì il presidente statunitense Donald Trump ha avuto una conversazione telefonica con Putin: è stata la prima dopo la crisi innescata dal bombardamento punitivo americano contro la base siriana da dove, secondo le informazioni americane, era partito l’aereo responsabile dell’attacco chimico del 4 aprile; il consolidamento del cessate il fuoco e la lotta congiunta al terrorismo sono stati i temi centrali dell’convegno, secondo la nota diffusa dalla Casa Bianca. Putin dopo la conversazione ha detto di che Trump era d’accordo col piano. Il dipartimento di Stato americano giovedì ha diffuso una nota con cui ha dichiarato di appoggiare l’accordo, di voler implementare il dialogo con la Russia, esprimendo però perplessità sul ruolo iraniano come garante.

Il governo siriano ha rigettato ogni genere di indicazione nel documento sulla possibilità che qualche porzione di territorio finesse sotto il controllo dei ribelli, anche temporaneamente. Però dovrebbe ammettere di lasciare a terra i propri aerei, come richiesto dal documento: i bombardieri di Assad adesso sono stati spostati insieme a quelli russi, usati come scudo per evitare rappresaglie sul genere di quella post-attacco chimico, e secondo gli inviti di Washington sarà proprio Mosca a controllare che l’aviazione siriana non colpisca in quelle aree. Mentre per controllare da terra lo stop locale dei combattimenti saranno messi dei checkpoint militari. Di chi saranno i soldati? I ribelli non vogliono i governativi, e neanche i russi e tanto meno gli iraniani: possibile vadano i turchi, Interfax dice che potrebbero essere militari kazaki o di qualche altra nazione ex sovietica amica di Mosca. O ancora, egiziani o reparti indiani e brasiliani; la Russia li potrebbe implicare come sforzo globalista dei Brics. Secondo David Ignatius del Washington Post la Russia s’è fatta promotrice della realizzazione delle safe-zone in Siria “riempendo il vuoto di strategia dell’amministrazione Trump”, che alla fine si è accodata su una proposta bevibile (ma che, secondo altri analisti, per modello Charles Lister, non aggiunge niente al precedente cessato il fuoco, deciso sempre dalla troika e ripetutamente violato). Per Ignatius è un tentativo di Mosca per togliersi dall’isolamento diplomatico e ripulirsi l’immagine.