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Ezio Mauro e la Rivoluzione russa da grande cronista

Il suo 'L'anno del ferro e del fuoco' è un racconto degli eventi di un secolo fa lontano dai miti ideologici. Per capire davvero ciò che è stato

Da uomo schivo e signore dell’understatement, quando parla del suo L’anno del ferro e del fuoco. Cronache di una rivoluzione, Ezio Mauro dice di aver fatto semplicemente «il cronista degli eventi accaduti cent’anni fa». In realtà il libro è un romanzo russo; una narrazione sulla fine di un mondo o forse su una specie della fine del mondo; e che contrariamente a quanto si è pensato per lunghi decenni, non ha prodotto alcun mondo nuovo.

Il testo trae suggerimento dalla serie di reportage pubblicati nel corso di quest’anno su la Repubblica, quotidiano che Mauro ha diretto per vent’anni, ma soprattutto di cui era corrispondente a Mosca, dal 1988 al 1990. In quegli anni Mauro, da cronista di una attualità così stringente da diventare Storia mentre il suo giornale andava in stampa, ha vissuto da vicino un’altra fine del mondo, un altro dissolvimento di uno Stato, quello sovietico, che si voleva ontologicamente eterno, in quanto avanguardia di un radioso futuro.

La perestrojka di Gorbaciov era al suo apice, ma il tentativo di radicale trasformazione del potere finì in una piccola (perché con pochissimo sparpagliamento di sangue) catastrofe; l’Urss cessò di vivere. E dalle sue ceneri risorse la vecchia e davvero eterna Russia. Mauro confessa di aver il rammarico per non aver assistito a questa fine (fu chiamato alla Stampa nel 1990), e questo libro è anche una riparazione dell’incompiuto.