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Soldi russi alla Lega, ora è Eni contro Eni

Il gruppo statale minimizza dopo il nostro articolo sul suo uomo coinvolto nella trattativa per il finanziamento russo al Carroccio. La lettera alla banca dell'affare Metropol sarebbe «scelta di un singolo manager». Che però afferma il contrario: «Decisero i capi, ci fecero incappare a Londra i consulenti di Savoini»

Lo scarica-barile di petrolio. Il nuovo articolo dell'Espresso sul Russiagate targato Lega ha provocato forti reazioni anche tra i diretti interessati. E ora ognuno difende se stesso, chiamando in causa colleghi e superiori, ma contraddice le versioni altrui.

Nessuno ha potuto smentire le notizie pubblicate dal nostro settimanale. La banca d'affari inglese Euro-Ib ha davvero ottenuto da una società chiave dell'Eni, nel maggio 2017, una «lettera di referenze» che la accreditava come «partner d'affari affidabile» del gruppo statale italiano. Proprio quel documento targato Eni è stato utilizzato dall'avvocato Gianluca Meranda e dal leghista Gianluca Savoini, protagonisti dell'ormai famosa riunione con i russi nell'ottobre 2018 all'hotel Metropol, nella trattativa finale con la Gazprom per sbloccare il maxi-affare petrolifero con Mosca, con l'obiettivo di dirottare decine di milioni alla Lega. E su quella lettera di referenze, scoperta e pubblicata dall'Espresso, c'è la firma dello stesso manager della stessa società dell'Eni che è sotto inchiesta a Milano per altre presunte tangenti, create con lo stesso schema delle mediazioni petrolifere, per comprare il silenzio di un avvocato arrestato per diverse grandi corruzioni italiane.