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La Russia va alla conquista del Mediterraneo

Dopo l’convegno di Palermo, le navi russe fanno rotta verso il Mediterraneo per un war game. Mosca porta avanti una strategia militare, diplomatica ed economica per estendere la sua influenza su un’area che include Siria, Egitto e Libia. Testando la capacità di reazione di Europa e Usa

«Durante il corso di addestramento, l'equipaggio delle stazioni di combattimento della nave ha identificato bersagli con unità di difesa aerea distruggendo l'aviazione nemica simulata, ricorrendo ai sistemi di difesa aerea a bordo delle navi» ha affermato ai microfoni di Tass Alexei Rulev, capo dell’ufficio di pubblica informazione della flotta del Mar Nero impegnata dal 20 novembre in un war game nelle acque del Mediterraneo. Assetti della Voenno-morskoj flot, infatti, sono salpati dalla base di Sebastopoli per prendere parte ad una esercitazione anti-som della durata di trenta giorni. 

Punta di forza della squadra navale russa sono le fregate Ammiraglio Makarov ed Ammiraglio Essen, moderne unità di superficie entrate in linea nel 2014 e atte al trasporto e al lancio di missili da crociera Kalibr come quelli usati nel conflitto siriano. 

Singolare che una simile forza sia in rotta verso le acque calde del Mediterraneo a nemmeno una settimana dal termine dei colloqui di Palermo. In verità sulle scelte da fare nel teatro mediterraneo la Russia si era già portata avanti con una serie di incontri a partire da quello di metà ottobre con il presidente al-Sisi, recatosi a Sochi in occasione del 75° anniversario delle relazioni russo egiziane. 

«Abbiamo grandi progetti, come la costruzione di una centrale nucleare e un parco tecnologico. Abbiamo stabilito buoni meccanismi di cooperazione, compresi i due più due formati: i nostri ministri della difesa e i ministri degli esteri. Siamo molto lieti di accogliere i nostri amici in Russia e avere l'opportunità di discutere lo sviluppo delle relazioni bilaterali e dei problemi regionali con voi qui a Sochi».

L’attività russa in Egitto copre infatti molti settori, dalla creazione dell’impianto nucleare di El Dabaa agli accordi bilaterali sul commercio, dall’agricoltura alla difesa e all’antiterrorismo:

«Stiamo coordinando i nostri sforzi nella lotta contro il terrorismo. La nostra cooperazione in tutti i settori si basa su relazioni che manteniamo da 75 anni» ha ammesso lo stesso al-Sisi il cui Paese è, insieme alla Siria, uno dei principali partner della Russia in Medio Oriente.  

Altro convegno che ha preceduto Palermo è stato quello fra il ministro della Difesa Sergei Shogu e il generale Khalifa Haftar il 7 novembre scorso a Mosca, nel corso del quale il leader del Libya National Army ha discusso della necessità di rafforzare la cooperazione per la comune lotta al terrorismo. 

Verrebbe da domandarsi che senso abbia avuto la partecipazione di Mosca, del Cairo e del comandante di Lna al vertice palermitano se le decisioni in merito alla sicurezza e agli assetti futuri del Nord Africa libico sono già state prese all’ombra delle torri del Cremlino

«Tutti vogliono le elezioni. Certamente. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che c'è il pericolo che, anche se si svolgeranno le elezioni, una delle parti, un'influente, semplicemente ci dirà: "Non ci piacciono i risultati di queste elezioni perché noi non abbiamo vinto”. Ciò condurrà a un conflitto, perché oggi non esiste una risoluzione unica, nemmeno attori esterni che potrebbero garantire che i risultati, le condizioni di queste elezioni saranno attuate».  

Parole che implicitamente mettono in discussione sia al-Sarraj, premier del governo riconosciuto dall'Onu, sia quei Paesi dell'Occidente che lo sostengono con più forza, ma non sono riusciti finora nel loro intento di aiutare Tripoli a riconquistare l’autorità sull’intatto territorio libico. 

La Russia vuole quindi presentarsi al mondo come attore capace di fornire un importante contributo alla stabilità dell’Africa settentrionale forte del suo uomo, Haftar, che a Palermo ha ricevuto una vera e propria investitura istituzionale adombrando la figura esautorata del presidente al-Sarraj.  

Ma non solo. Nel 2008, durante un convegno al Cremlino, Putin ha tentato di negoziare con Gheddafi la costruzione di basi marittime, opzione però scartata dal colonnello forse per timore di una eventuale, dura risposta degli Stati Uniti. Cambiati gli equilibri Mosca si trova in una posizione di forza: in ballo c’è molto di più che un semplice sbocco sul mare, quanto l’opportunità di estendere l’influenza su un'intera area che comprende Siria, Egitto e Libia nazioni ormai saldamente legate alla Federazione.

Una strategia che si articola in tre direttrici: quella diplomatica degli incontri e dei vertici internazionali, quella degli investimenti e dell’aiuto finanziario per modernizzare le economie siriana ed egiziana e quella militare con esercitazioni che oltre a testare le capacità di difesa anti-som hanno il fine di comprendere se e quanto Europa e Stati Uniti siano in grado di arginare la spinta del Cremlino nel Mediterraneo centro-orientale.