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Le promesse c’erano: «Evidenziato che il governo della Federazione Russa ha fornito ufficiali e specifiche rassicurazioni in ordine al trattamento penitenziario cui sarà sottoposto Ilya Sherman, tali da escludere la possibilità di assoggettamento a maltrattamenti di qualsiasi natura e comunque non conformi agli standard previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo...peraltro rafforzate dall’autorizzazione anticipatamente concessa allo Stato italiano per il monitoraggio». Parola del Ministero della Giustizia che ha detto sì alla estradizione, condizionando anche la Commissione territoriale che non ha riconosciuto all’uomo la protezione internazionale evitandogli il carcere e ribadendo come «risulta che la Federazione Russa abbia fornito specifiche rassicurazioni in merito al rispetto dei diritti fondamentali».
Sono passati, però, sei mesi da quando Ilya Sherman, manager israeliano di 53 anni, arrestato il 28 marzo 2018 per truffa su mandato di cattura internazionale emesso proprio dalla Russia (dove per anni aveva vissuto e lavorato) durante una vacanza sul Garda, ha lasciato (contro il parere della Procura generale) il carcere di Canton Mombello e quelle rassicurazioni di un processo e di una detenzione equa, potrebbero essere solo delle promesse da marinaio.
A raccontarlo in una lettera-appello al Corriere , che qualche mese fa aveva seguito la sua storia, è, dal carcere russo in cui si trova, lo stesso Sherman. L’uomo chiede che si tengano fede agli impegni di verifica delle sue condizioni di detenzione: «L’Italia venga qui, a vedere, esercitando il suo diritto di controllo», scrive. Perché «le condizioni, in carcere, sono ancora più terribili del previsto. Calpestando in primo luogo il mio diritto di difesa, sono stato trasferito in una vecchia prigione di Noginsk, a est di Mosca - spiega - costruita duecento anni fa e mai ristrutturata». Poi indugia sulla sua cella, «nella quale posso solo stare seduto o sdraiato nel letto: non c’è spazio, per camminare». E nemmeno aria, dice: «Non mi lasciano uscire in cortile da tre settimane. Sono chiuso dentro 24 ore su 24. In una stanza per due senza wc (solo un buco), senza radio e senza un tavolo». E ancora: «Il cibo è immangiabile», ipotizzando che sia preparato con ingredienti di pessima qualità e addirittura con «l’olio industriale piuttosto che da cucina». Ma anche le condizioni igienico sanitarie sarebbero intollerabili: «Ci sono insetti e topi vicino alla finestra. Ho provato a parlare con il personale, ma mi dicono che qui è così, e basta, e che questo edificio alla fine sarebbe meglio demolirlo».
Fino ad ora l’ambasciata italiana a Mosca tace, ma Sherman incalza: «Sapete bene che tra i requisiti alla base della mia estradizione c’era il rispetto garantito dei diritti fondamentali così come previsto dalla Convenzione internazionale. Ma neppure uno, qui, vuole ricordare o mantenere queste promesse». Da qui l’appello: «Sto cercando di resistere. Le autorità italiane hanno piena facoltà di ispezionare e controllare e se sapessero davvero il prezzo delle loro garanzie violate, allora in altri casi ci si penserebbe cento volte prima di concedere un’estradizione qui».
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